Riproporre in versione cinematografica la vita di Domenico Vitale, il primo uomo di mafia che scelse di diventare collaboratore di giustizia, è stata una scelta che ha portato il regista Stefano Incerti a scrivere una bella pagina di cinema di impegno civile di grande qualità. David Coco nella parte del protagonista dà una fisionomia sofferta e drammatica di un uomo stritolato tra la macchina della mafia e uno stato impreparato a gestire una lotta a una delle forme di criminalità organizzate più violente e tentacolari che hanno soffocato e continuano, purtroppo, ad avvelenare la vita della nazione.
Domenico Vitale è rappresentato in tutte le contraddizioni derivanti dagli squassanti contrasti interiori a cui si somma il germe della follia portata dall’ultimo stadio della sifilide che rende ancora più instabile il suo già precario equilibrio psichico. Supportato nell’affresco di uno dei momenti più particolari della storia della mafia – e della lotta alla mafia – da attori sempre più convincenti come Tony Sperandeo e Anna Bonaiuto, il protagonista concluderà la propria esistenza assassinato da un sicario, a concludere una vita in bilico tra il desiderio di una redenzione impossibile e l’appartenenza a un consesso umano che marchia i suoi appartenenti in modo indelebile.
La trasposizione dall’omonimo romanzo di Salvatore Parlagreco è stata curata dallo stesso Parlagreco insieme a Heidrun Schleef e Stefano Incerti. L’intento è stato quello di affrontare la lettura del primo pentitismo da un punto di vista psicologistico, creando un disegno a tinte forti di una personalità umana attraverso la quale rivivono tutte le sofferenze civili che ancora oggi, in modo più o meno latente, ci rodono. Il risultato è eccellente e il film tocca in più punti anche le corde di un’emotività intensa che non si slega mai dalla riflessione consapevole e sofferta su una delle più dolorose piaghe della nostra nazione.
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